Girls, mo basta

Sentenza della Cassazione
20 febbraio 1967:
Costituisce violenza qualsiasi impiego di forza fisica esercitata sull’altrui persona, maggiore o minore, a seconda delle circostanze, che abbia posto il soggetto passivo in condizione di non poter opporre tutta la resistenza che avrebbe voluto. Mentre non può raffigurarsi violenza in quella necessaria a vincere la naturale ritrosia femminile.

Sentenza Tribunale di Bolzano
30 giugno 1982:
Qualche iniziale atto di forza o di violenza da parte dell’uomo, secondo una diffusa concezione, non costituisce violenza vera e propria, dato che la donna, soprattutto fra la popolazione di bassa estrazione sociale e di scarso livello culturale, vuole essere conquistata anche in maniere rudi, magari per crearsi una sorta di alibi al cedimento ai desideri dell’uomo.

Siamo negli anni Ottanta e i reati di violenza sessuale vengono classificati secondo il codice Rocco d’epoca fascista, che li considera “delitti contro la moralità pubblica e il buon costume”. Ci sono voluti 20 anni per fare una legge contro la violenza sessuale.

Sentenza Tribunale di Roma
28 giugno 1985:
Si è da taluno sostenuto che, se il reato viene commesso in danno della moglie, deve essere considerato impossibile, in quanto il debito coniugale va compreso tra i diritti/doveri derivanti dal rapporto matrimoniale. Ad avviso del collegio è da escludere la possibilità di limitazioni in tema di relazioni sessuali tra i coniugi. Il rapporto sessuale tra marito e moglie non può che essere basato sul consenso di entrambi, quali soggetti liberi e compartecipi.

1995:
Per iniziativa di alcune deputate donne di diversa appartenenza politica (e ci mancherebbe) nel 1996 viene approvata la legge contro la violenza sessuale che classifica come crimine contro la persona il reato di violenza sessuale. Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringa qualcuno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da 5 a 10 anni (salgono da 6 a 12 se su un minore). La stessa pena è inflitta a chi induce altri a compiere o subire atti sessuali (ci sono state poi modifiche e approfondimenti negli anni seguenti).

2012:
In altri paesi europei lo stupro di gruppo è un aggravante, in Italia è il contrario.

A chi interessa il tema consiglio la lettura di quest’articolo de Linkiesta o i post di Femminismo a Sud o le discussioni con le persone che ci circondano. Su nessun grande giornale (almeno così vengono definiti) si parla di questa novità della cassazione se non con articoli che non superano le 2000 battute, insomma, un semplice fatto di cronaca.

Posted in no comment | Comments Off

Finanziamenti pubblici, la difesa sbagliata

Non voglio entrare nel dibattito sulla correttezza o meno dei finanziamenti pubblici all’editoria. Ci sono motivazioni giuste sul perché ci debba essere e altre che giustamente la vorrebbero far sparire per come funziona. Detto questo, i punti che Stefano Menichini (direttore di Europa Quotidiano) mette in luce per difenderla, li trovo fuori tempo. Vive in un altro pianeta, come tanti altri, ma deve aver lasciato, come tanti altri, il suo avatar molto attivo sulla Terra. Ho letto questo suo post sul Post .

Non mi interessa la discussione particolare sul Foglio: leggo e aspetto che si entri nel merito dei contributi all’editoria. Bene. Si analizza la realtà.

“Il paradosso è quasi ovunque lo stesso. Più o meno condivisibile che sia, la produzione intellettuale e giornalistica di molte di queste testate è riconosciuta, circola, rimbalza, crea opinione e contrasto. Insomma, funziona. Ma non remunera.”

Effettivamente è così, Cosa vogliamo fare? Non si torna indietro nel tempo.

“Quelli che per leggere sono disposti a recarsi in edicola e spendere sono pochi, mentre la stragrande maggioranza di quelli che usufruiscono dei contenuti (magari di qualità, elaborati da strutture redazionali regolari dunque onerose per quanto leggere) lo fa gratis sulla rete, e ormai ritengono la gratuità un diritto acquisito. Pur di averla garantita – si trattasse anche solo di spendere un euro – sono disposti a scambiarla con meno qualità, con contenuti più improvvisati, meno professionali, tanto il consumo è rapido e l’offerta pressoché illimitata.”

Continua il lamento e la “colpa”  di questa situazione viene a poco a poco delineata: 
1. la rete che è gratuita e cattiva (ci sono importanti testate – non italiane ovviamente – che sperimentano altre vie facendo dei contenuti gratis e altri a pagamento, sperimentano, ci provano, mentre continuano a difendere il valore delle loro edizioni cartacee. Oltre a chiacchierare provano quantomeno a fare qualcosa arricchendo i dibattiti sul domani con delle basi reali). Demonizzare il web non serve a nulla. Chi scrive meglio e fa contenuti originali primeggia, è così. In ogni caso o ti confronti con la produone web o sei destinato a morire.
2. la gratuità è ritenuto un diritto acquisito. Dov’è il problema? io ad esempio cerco la qualità e se è gratis è meglio. E’ normale ed è reale. Il punto non è sul gratis o a pagamento, ma sulla qualità di quello che scrivi.
3. il consumo è rapido. La scoperta dell’acqua calda: vale per tutto, anche i contratti sono rapidissimi: durano anche pochi giorni (quando li fanno), il mio ultimo ha avuto durata mensile. la nostra società è basata sulla velocità di adattamento. a me non piace, non mi piace il modello che abbiamo sposato. Bene, e il problema è quando si riversa sulla produzione di news?

“Non credo che la massa dei moralizzatori con i loro opinion leader se ne renda conto, ma la campagna contro i contributi pubblici all’editoria politica, cooperativa e di partito è il frutto più avvelenato – a me talvolta pare perfino l’unico – di quell’odioso neoliberismo selvaggio che in altri campi porta le medesime persone a sfilare indignate nelle piazze.”

Arrivata a questo punto, ho avuto una seria difficoltà el riuscire ad arrivare alla fine dell’articolo: il frutto più avvelenato del neoliberismo è la campagna contro i contributi pubblicici all’editoria politica? E’ aberrante una posizione di questo tipo. possiamo dre che è una delle tate conseguenze del neoliberismo. Ma andare oltre è assurdo.

“«Se non sai vivere nel mercato, è giusto che tu muoia» è la frase che mi sento rivolgere sempre, da gente che non si permetterebbe mai di parlare così a un minatore del Sulcis, a un metalmeccanico di Termini Imerese, a un panettiere di Milano, a un orchestrale dell’Opera di Roma, a un attore del Valle. Siamo in tanti fuori dal mercato, forse ci siamo tutti, voglio dire tutti gli italiani: vogliamo morire abbracciati? Può disprezzare tanto il valore della produzione intellettuale, giudicandola non meritevole di tutela né di sostegno, chi magari in altra sede si straccia le vesti per il degrado culturale del paese (sempre colpa di qualcun altro)? E dove possono trovare spazio i precari da tre euro al pezzo, formarsi nuove professionalità, competenze e intelligenze, se su piazza rimangono solo i colossi? Si fa l’esempio – notevole ma peculiare – del Fatto, che è nato e prospera solo sulle proprie forze. Ma dal direttore in giù, quasi tutti coloro che ne fanno il successo sono cresciuti dentro piccola, grande o grandissima editoria sovvenzionata.”

Certo che fra un minatore e un giornale, una persona (istintivamente) sceglie di salvare la vita del minatore e non del giornale. Pensa che la stessa motivazione del “devi morire se non sai vivere nel mercato” la rivolgono anche ai precari che evidentemente non sono abbastanza bravi o flessibili per meritare un posto di lavoro stabile.  In ogni caso sono d’accordo che la soluzione non è morire tutti abbracciati. Però sono inorridita quando leggo che con la chiusura di queste testate i precari da 3 euro a pezzo perderanno il lavoro. Io ho un’altra prospettiva: pagare 3 euro a pezzo è il problema su cui discutere e non mantenere i posti che ti fanno lavorare per 3 euro a pezzo. 
Posted in no comment | Tagged , , | Comments Off

Donne e donne


 

 

 

 

Piazza Tahrir alle donne, una carica che ci voleva. Le immagini sono bellissime, le donne tutte diverse, ma unite. Veli, mica veli e classificazioni care all’occidente democratico per misurare il livello di maturità di una società. A parte questo, una boccata d’aria fresca in un paese che ha donne e uomini che hanno voglia di lottare per il loro futuro, che si metto in gioco, occupano lo spazio pubblico e costringono il potere (che sia quello formalmente eletto o meno) a confrontarsi con una popolazione che pulsa e che non ci sta a tornare nell’ordine precostituito nel nome della democrazia, della stabilità nazionale, della crisi economica e chi più ne ha ne metta. «Dicono che sono qui per proteggerci (i militari del Consiglio Supremo delle Forze Armate), ma ci spogliano soltanto». Le donne egiziane non ci stanno. In contemporanea con la protesta femminile egiziana, in Ucraina tre attivite di Femen sono state portate in un bosco e spogliate (guarda caso) e lasciate lì.

Posted in taglia e cuci | Comments Off

Manovrando

Sono due giorni che raccolgo mezze frasi-spot sulla manovra economica del professore. Io non ho ascoltato l’esposizione del terzetto di governo, non guarderò stasera Porta a Porta e non ho comprato il Sole 24 Ore, esaurito in edicola. 

Cosa ne pensi della manovra?
Non è abbastanza, dovevano toccare i privilegi acquisiti insieme alla riforma delle pensioni.

Cosa ne pensi della manovra?
Cloro al clero.
Ti riferisci all’ICI della Chiesa?
Già.

Cosa ne pensi della manovra?
Non investe nello sviluppo, taglia e basta. 

Cosa ne pensi della manovra?
Sono giorni che fanno inscrezioni sull’IRPEF ed erano tutte sbagliate, è l’unica cosa che non si tocca. E’ stato un complotto per non parlare del vero contenuto.

Cosa ne pensi della manovra?
Ma l’IMU va ai Comuni o allo Stato?

Cosa ne pensi della manovra?
Non hanno toccato i privilegi della politica, mi fanno schifo.

Cosa ne pensi della manovra?
Il sindacato si metterà a difendere le pensioni senza preoccuparsi del resto dei lavoratori.
Posted in no comment | Comments Off

Sono passati 10 anni

E’ giovedì pomeriggio, sono stanca, ma voglio andare comunque a fare un giro. Ho dormito male, un po’ scomoda, non so se ho fame, ma qualcosa la mangerei volentieri. Sorrido e guardo fuori dal finestrino e poi decido che sì, sarei andata fuori a fare due passi, a respirare un po’. Mio zio si offre di accompagnarmi per un tratto di strada, perché deve fare delle commissioni in centro. Mi chiede: “ti va di andare in centro o preferivi un altro quartiere della città?”. Non mi importava, ero un po’ stanca e volevo solo passeggiare. Mentre ci avviciniamo alla zona centrale, facciamo la prima sosta: una banca. Mio zio entra e io lo aspetto fuori. Esce dopo pochi minuti e si rimette in tasca quel foglietto che aveva in mano. Chiacchieriamo e mi chiede come stanno le mie sorelle, io sono felice, mi sono ripresa, passeggio e rispondo allegra. Facciamo una seconda sosta: un’altra banca. Lo zio entra e io rimango fuori ad aspettare, lui tira sempre fuori quel foglietto e lo rimette in tasca ed esce. Prima che io gli possa chiedere cosa deve fare in banca, lui continua a chiedermi di raccontare altro. Arriviamo nella piazza centrale della città. Gli edifici pubblici sono circondati da cancelli alti. La situazione è tranquilla: altri passeggiano come noi. Mio zio mi dice di aspettarlo in piazza: “ci vediamo qui fra un’ora, ok?” Va bene, è tutto fantastico, mi sento libera e felice. Lui si allontana e vedo che entra in un’altra banca che si trova in una via che si butta sulla piazza, ci mette poco, ma noto un gesto di stizza quando esce, cosa che non aveva voluto fare in mia presenza. Nella piazza dove mi trovo ogni giovedì pomeriggio si protesta e arriva l’ora dell’appuntamento: mi unisco alle persone, è un’azione d’istinto. Passa l’ora e lo zio torna, ha il viso tirato: ha passato quell’ora entrando in altre banche e nessuna gli ha cambiato quell’assegno di 1000 dollari. Non c’è liquidità, è arrivato il default.

Buenos Aires, un giorno di 10 anni fa.

Ogni paese è diverso, ci sono tanti tipi di default, lo so. Ormai default e spread sono termini evocati in ogni luogo. C’è chi dice cagate colossali e chi usa a fini politici spettri o panacee. Non mi importa. Sì, forse io sono psicotizzata da questa parola. L’unica cosa certa è che non si possono paragonare paesi diversi nel bene e nel male: quindi l’Italia non è come l’Argentina, l’Islanda, gli Stati americani, la Grecia, etc etc. In ogni caso se default controllato dovesse essere in Italia (ne dubito fortemente, ma non sono nè Cassandra, nè una speculatrice finanziaria), di certo non lo deciderà il nostro governo, ma semmai l’Europa o chi si crede il padrone d’Europa. E questa è già una prima differenza importante.

Posted in taglia e cuci | Comments Off

Destroy the media

E’ molto difficile parlare di precarietà seriamente all’interno dei media. Il motivo è semplice: chi si trova a scrivere di questo argomento, è precario ed inserito nella macchina. Quando anche San Precario ha fatto breccia all’interno del mondo dell’editoria, uno fra tutti il progetto di City of Gods  (un’informazione sofisticata, ma popolare, questo si diceva mentre si costruiva il timone del primo numero), si cercava di scrivere insieme a quei giornalisti che lavoravano all’interno delle testate precarizzatrici. Quando saltellavo nel fiume della Mayday con i materiali da distribuire, una giornalista di Radio Popolare mi voleva intervistare per raccontare la mia “storia precaria”: io accettai e prima di iniziare le chiesi (a microfono spento) “ma tu sei precaria?” e lei mi rispose di sì, ma che stava bene in radio, c’era un bell’ambiente e sentiva che stava imparando tanto. Quando l’altra sera La7 stava girando un collegamento esterno alla trasmissione e voleva anche la voce dei precari, una delle persone che lavoravano lì, ci ha incitati dicendo “forza ragazzi, andate avanti così, anch’io sono precaria!”. Quando l’altro giorno sono andata a fare un colloquio di lavoro nel “più importante quotidiano d’Italia”, le uniche cose di cui non si è parlato sono la tipologia di contratto e la sua durata, considerate informazioni secondarie quando si cerca qualcuno per un lavoro (questo è il problema e non la flessibilità tanto evocata). Uno dei problemi più grossi della precarietà, sono i precari stessi: troppo ricattati per avere il coraggio di reagire. Troppo bisognosi dei due denari di reddito che ricevono, per uscire allo scoperto. Troppo illusi ancora oggi, che la precarietà sia il primo step nell’ingresso del mondo del lavoro – una specie di apprendistato – per evitare di vedere che ormai è diventata strutturale.

Sono due giorni che leggiucchio questo post pubblicato sul blog del gruppo di lavoro Lsdi (Libertà di stampa, diritto all’informazione). Dopo la fase “immedesimazione” e de core, è subentrata quella del paese vecchio e stantio che viene raccontato da giornalisti (che avranno grande esperienza per carità), che sono vecchi e quindi vedono la realtà in un certo modo, poi è arrivata la fase leggiamo fra le righe. Per iscriversi all’ordine dei giornalisti al momento o hai fatto la scuola di giornalismo (e questo è un tasto dolentissimo che non tocco, ma che aprirebbe una voragine) oppure presenti un certo numero di articoli firmati e retribuiti (al minimo sindacale)  nell’arco di 18 mesi: chi poi ti certifica la documentazione è il direttore della testata. Una volta entrato nell’ordine, ti devi iscrivere alla cassa di previdenza (l’inpgi, che è a sua volta suddivisa in due tronconi e anche qui si potrebbe parlare ore di ingiuste suddivisioni) e versare i contributi in base ai tuoi guadagni. Bene: se aumentano gli iscritti all’ordine e non quelli all’inpgi, allora è evidente che qualcosa non quadra, no? I motivi più facili che mi vengono in mente sono due (entrambi fanno parte della mia personale esperienza): 1. lavori in nero, 2. guadagni talmente poco che il contributo minimo all’inpgi è superiore ai tuoi introiti di lavoro.

Posted in taglia e cuci | Tagged , , , , | Comments Off

Non ci sono più angeli biondi

Su parecchi giornali è riportata la condanna in Argentina dell’angelo biondo, Alfredo Astiz, per crimini contro l’umanità. Sarà perché era biondo e con lineamenti diciamo dolci o forse perché, grazie alle sue capacità e al suo aspetto angelico, si infiltrava fra i gruppi che chiedevano giustizia per i loro cari scomparsi fingendosi uno di loro (successe ad esempio con le Madres) per poi rapirli, torturarli e ammazzarli, ma la sua condanna desta più interesse che quella degli altri. Dei 18 imputati, 12 hanno avuto l’ergastolo e non importa se ormai sono vecchi: hanno tutti fra i quasi 60 e i 90 anni. Intanto l’Argentina ha avuto il coraggio di fare i conti con il suo passato. Il terrore di stato è stato condannato con buona pace di chi, appena ripristinata la democrazia – il presidente Raúl  Alfonsin non senza pressioni influenti eh – stoppò i processi con le famose leggi del Punto Final e Obediencia Debida (il figlio 60enne dell’ex presidente si è presentato alle elezioni presidenziali che si sono svolte il 23 ottobre scorso e ha perso). Con buona pace di chi ha esteso indulto e amnistia durante i suoi mandati (il presidente Carlos Menem che voleva radere al suolo anche la caserma della ESMA – il più simbolico luogo delle torture e su cui si è svolto il processo – per fare un monumento alla “riconciliazione nazionale” e per fortuna che non gli è stato permesso e così oggi la ESMA è un museo). Con credito politico di chi ha riaperto nel 2003 i processi e tolto l’amnistia (l’ex presidente Néstor Kirchner, la cui moglie e vedova, Cristina Fernandez, ha vinto con stragrande maggioranza le elezioni presidenziali del 23 ottobre riconfermandosi per la seconda volta presidenta). Con soddisfazione di chi era dentro e fuori l’aula di tribunale aspettando la sentenza e che ha dichiarato cantando che 30mila desaparecidos da ora e per sempre sono presenti nella storia.

Posted in taglia e cuci | 1 Comment

Non sono molto creativa

Stavo parlando con uno dei miei cugini. Gli chiedevo cos’ha fatto a Madrid, se è andato alla mobilitazione. “Ma che macello in Italia!” già. “Noi in Spagna siamo in crisi economica da un po’ come ben sai, noi andiamo a votare fra poco, non so a cosa servirà, ma almeno non siamo fermi”. Ecco, invece in Italia siamo al palo. Quello che mi fa più rabbia dopo il 15 ottobre è che dopo, oltre alla repressione, non succederà niente. Qua il dibattito si arena sulla violenza, tanto bella quando succede a Londra, tenace quando succede in Grecia, liberatoria quando succede in Egitto e così via, ma condannata senza se e senza ma se succede in Italia. Ma a me non interessa nemmeno esaltare gli scontri, io voglio avere la stessa dignità ed esistenza degli altri cittadini, questo mi interessa. Io sono lavoratrice precaria, io se perdo il mio precario lavoro non ho diritto a nessun ammortizzatore sociale anche se lavoro e pago le tasse. Io vivo nell’incertezza e sono molto nervosa. Poi leggo che Papa, il parlamentare finito in galera col voto del parlamento (ok, non stiamo a sprecare parole), continua a prendere l’indennità parlamentare. Leggo ogni tanto, e consiglio a tutti di farlo, il sito della Camera dove si può seguire il report della febbrile attività di quelle palle al piede che stanno sedute nei rami del parlamento. In tutto il 2011 non hanno fatto una sola legge (in generale ne hanno fatte pochissime, meno che in qualsiasi legislatura, ma è la qualità e non la quantità che conta!) che riguardasse la redistribuzione delle ricchezze, gli ammortizzatori sociali, aiuti econonomici ai cittadini, proposte di sostegno alla crisi, una qualsiasi forma di welfare, un qualsiasi investimento economico, un qualsiasi piano di sviluppo, un qualsiasi tipo di risparmio che preveda ad esempio il taglio dei costi della politica… niente. Si sono approvati una decina di decisioni europee (quindi non hanno nemmeno dovuto pensare), cinque o sei accordi con paesi tipo la Slovenia che non ho capito a cosa servano e poi l’importanza del confezionamento delle buste di insalata che si vendono al supermercato, il cambiamento dei nomi dei parchi (mica l’istituzione di parchi) e cagate del genere fino ad arrivare alle finanziarie che ci hanno riempito di ridicolo. Poi erano così stanchi che a settembre hanno solo approvato l’ennesimo cambiamento della suddetta legge finanziaria o di stabilità che dir si voglia. Sì, sono nervosa e poco creativa.

Posted in no comment | Comments Off

Oktoberfest a Roma

Mentre a Milano si parla in modo scontato del 15 ottobre (giornata di mobilitazione inernazionale contro l’austerity e le politiche neoliberiste), nel mondo, in altri paesi, non si trovano soluzioni alla crisi – non solo economica ma anche sociale, politica, culturale, di rappresentazione -, ma quantomeno si tenta di dire con più o meno successo che c’è qualcuno che non ci sta.  In Italia non si fanno gli scontri come in Grecia, non si fanno gli indignados come in Spagna, non si sta davanti a Wall Street (in pochi, ma devo dire tenaci), non si scende in piazza in 400mila come a Tel Aviv etc, etc..

La via italiana alla mobilitazione contro la crisi che bastona sempre gli stessi e salva i grandi potentati economici e finanziari non c’è ancora, non si è trovata. Insomma, non è ancora venuta l’idea capace di scollare le persone dal proprio piccolo piccolo quotidiano. Quindi si sta al palo: il progetto più elaborato e a medio termine che un “giovane” fa in Italia riguarda tendenzialmente il suo trasferimento in un altro paese. “Vedrai che sarà un autunno caldo questo”, mi dicono a più voci. Vedremo, lo diciamo da anni. A me pare che gli italiani siano indignati (una parola che inizio ad odiare), ma non abbastanza da andare in piazza invece che al ristorante o a farsi fare un massaggio rilassante. Forse potremmo fare massaggi gratis in piazza…

L’immagine l’ho presa da qui, basta girare un po’ nel sito e si trovano i free download del materiale che hanno prodotto sti ammericani.

Posted in taglia e cuci | Comments Off

Free Palestine

Trovo noiose e incomplete, ma sarà che oggi ho un sonno incredibile, tutte le analisi che leggo sull’opportunità di votare sì o no alla richiesta della Palestina all’Onu (fra l’altro il maggior consenso lo ha il no…). La cosa che più mi infastidisce non è che la valutazione venga fatta seguendo criteri pragmatici, e quindi essenzialmente economici. Alla fine la politica internazione è sempre più schiacciata sulla finanza, ma sul fatto che un soggetto imprevedibile e di peso come la popolazione non venga considerato fra le variabili che pesano. Staremo a vedere se i palestinesi riusciranno a guadagnarsi lo status di soggetto in campo ancor prima di uno stato che spetta a loro di diritto. Poi c’è l’ipocrisia di tutti gli stati che si sono schierati a favore delle richieste di libertà e di diritti dei paesi arabi (evviva la primavera araba), ma sono contro quelle dei palestinesi.

Posted in taglia e cuci | Comments Off