Donne e donne


 

 

 

 

Piazza Tahrir alle donne, una carica che ci voleva. Le immagini sono bellissime, le donne tutte diverse, ma unite. Veli, mica veli e classificazioni care all’occidente democratico per misurare il livello di maturità di una società. A parte questo, una boccata d’aria fresca in un paese che ha donne e uomini che hanno voglia di lottare per il loro futuro, che si metto in gioco, occupano lo spazio pubblico e costringono il potere (che sia quello formalmente eletto o meno) a confrontarsi con una popolazione che pulsa e che non ci sta a tornare nell’ordine precostituito nel nome della democrazia, della stabilità nazionale, della crisi economica e chi più ne ha ne metta. «Dicono che sono qui per proteggerci (i militari del Consiglio Supremo delle Forze Armate), ma ci spogliano soltanto». Le donne egiziane non ci stanno. In contemporanea con la protesta femminile egiziana, in Ucraina tre attivite di Femen sono state portate in un bosco e spogliate (guarda caso) e lasciate lì.

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Manovrando

Sono due giorni che raccolgo mezze frasi-spot sulla manovra economica del professore. Io non ho ascoltato l’esposizione del terzetto di governo, non guarderò stasera Porta a Porta e non ho comprato il Sole 24 Ore, esaurito in edicola. 

Cosa ne pensi della manovra?
Non è abbastanza, dovevano toccare i privilegi acquisiti insieme alla riforma delle pensioni.

Cosa ne pensi della manovra?
Cloro al clero.
Ti riferisci all’ICI della Chiesa?
Già.

Cosa ne pensi della manovra?
Non investe nello sviluppo, taglia e basta. 

Cosa ne pensi della manovra?
Sono giorni che fanno inscrezioni sull’IRPEF ed erano tutte sbagliate, è l’unica cosa che non si tocca. E’ stato un complotto per non parlare del vero contenuto.

Cosa ne pensi della manovra?
Ma l’IMU va ai Comuni o allo Stato?

Cosa ne pensi della manovra?
Non hanno toccato i privilegi della politica, mi fanno schifo.

Cosa ne pensi della manovra?
Il sindacato si metterà a difendere le pensioni senza preoccuparsi del resto dei lavoratori.
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Sono passati 10 anni

E’ giovedì pomeriggio, sono stanca, ma voglio andare comunque a fare un giro. Ho dormito male, un po’ scomoda, non so se ho fame, ma qualcosa la mangerei volentieri. Sorrido e guardo fuori dal finestrino e poi decido che sì, sarei andata fuori a fare due passi, a respirare un po’. Mio zio si offre di accompagnarmi per un tratto di strada, perché deve fare delle commissioni in centro. Mi chiede: “ti va di andare in centro o preferivi un altro quartiere della città?”. Non mi importava, ero un po’ stanca e volevo solo passeggiare. Mentre ci avviciniamo alla zona centrale, facciamo la prima sosta: una banca. Mio zio entra e io lo aspetto fuori. Esce dopo pochi minuti e si rimette in tasca quel foglietto che aveva in mano. Chiacchieriamo e mi chiede come stanno le mie sorelle, io sono felice, mi sono ripresa, passeggio e rispondo allegra. Facciamo una seconda sosta: un’altra banca. Lo zio entra e io rimango fuori ad aspettare, lui tira sempre fuori quel foglietto e lo rimette in tasca ed esce. Prima che io gli possa chiedere cosa deve fare in banca, lui continua a chiedermi di raccontare altro. Arriviamo nella piazza centrale della città. Gli edifici pubblici sono circondati da cancelli alti. La situazione è tranquilla: altri passeggiano come noi. Mio zio mi dice di aspettarlo in piazza: “ci vediamo qui fra un’ora, ok?” Va bene, è tutto fantastico, mi sento libera e felice. Lui si allontana e vedo che entra in un’altra banca che si trova in una via che si butta sulla piazza, ci mette poco, ma noto un gesto di stizza quando esce, cosa che non aveva voluto fare in mia presenza. Nella piazza dove mi trovo ogni giovedì pomeriggio si protesta e arriva l’ora dell’appuntamento: mi unisco alle persone, è un’azione d’istinto. Passa l’ora e lo zio torna, ha il viso tirato: ha passato quell’ora entrando in altre banche e nessuna gli ha cambiato quell’assegno di 1000 dollari. Non c’è liquidità, è arrivato il default.

Buenos Aires, un giorno di 10 anni fa.

Ogni paese è diverso, ci sono tanti tipi di default, lo so. Ormai default e spread sono termini evocati in ogni luogo. C’è chi dice cagate colossali e chi usa a fini politici spettri o panacee. Non mi importa. Sì, forse io sono psicotizzata da questa parola. L’unica cosa certa è che non si possono paragonare paesi diversi nel bene e nel male: quindi l’Italia non è come l’Argentina, l’Islanda, gli Stati americani, la Grecia, etc etc. In ogni caso se default controllato dovesse essere in Italia (ne dubito fortemente, ma non sono nè Cassandra, nè una speculatrice finanziaria), di certo non lo deciderà il nostro governo, ma semmai l’Europa o chi si crede il padrone d’Europa. E questa è già una prima differenza importante.

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Destroy the media

E’ molto difficile parlare di precarietà seriamente all’interno dei media. Il motivo è semplice: chi si trova a scrivere di questo argomento, è precario ed inserito nella macchina. Quando anche San Precario ha fatto breccia all’interno del mondo dell’editoria, uno fra tutti il progetto di City of Gods  (un’informazione sofisticata, ma popolare, questo si diceva mentre si costruiva il timone del primo numero), si cercava di scrivere insieme a quei giornalisti che lavoravano all’interno delle testate precarizzatrici. Quando saltellavo nel fiume della Mayday con i materiali da distribuire, una giornalista di Radio Popolare mi voleva intervistare per raccontare la mia “storia precaria”: io accettai e prima di iniziare le chiesi (a microfono spento) “ma tu sei precaria?” e lei mi rispose di sì, ma che stava bene in radio, c’era un bell’ambiente e sentiva che stava imparando tanto. Quando l’altra sera La7 stava girando un collegamento esterno alla trasmissione e voleva anche la voce dei precari, una delle persone che lavoravano lì, ci ha incitati dicendo “forza ragazzi, andate avanti così, anch’io sono precaria!”. Quando l’altro giorno sono andata a fare un colloquio di lavoro nel “più importante quotidiano d’Italia”, le uniche cose di cui non si è parlato sono la tipologia di contratto e la sua durata, considerate informazioni secondarie quando si cerca qualcuno per un lavoro (questo è il problema e non la flessibilità tanto evocata). Uno dei problemi più grossi della precarietà, sono i precari stessi: troppo ricattati per avere il coraggio di reagire. Troppo bisognosi dei due denari di reddito che ricevono, per uscire allo scoperto. Troppo illusi ancora oggi, che la precarietà sia il primo step nell’ingresso del mondo del lavoro – una specie di apprendistato – per evitare di vedere che ormai è diventata strutturale.

Sono due giorni che leggiucchio questo post pubblicato sul blog del gruppo di lavoro Lsdi (Libertà di stampa, diritto all’informazione). Dopo la fase “immedesimazione” e de core, è subentrata quella del paese vecchio e stantio che viene raccontato da giornalisti (che avranno grande esperienza per carità), che sono vecchi e quindi vedono la realtà in un certo modo, poi è arrivata la fase leggiamo fra le righe. Per iscriversi all’ordine dei giornalisti al momento o hai fatto la scuola di giornalismo (e questo è un tasto dolentissimo che non tocco, ma che aprirebbe una voragine) oppure presenti un certo numero di articoli firmati e retribuiti (al minimo sindacale)  nell’arco di 18 mesi: chi poi ti certifica la documentazione è il direttore della testata. Una volta entrato nell’ordine, ti devi iscrivere alla cassa di previdenza (l’inpgi, che è a sua volta suddivisa in due tronconi e anche qui si potrebbe parlare ore di ingiuste suddivisioni) e versare i contributi in base ai tuoi guadagni. Bene: se aumentano gli iscritti all’ordine e non quelli all’inpgi, allora è evidente che qualcosa non quadra, no? I motivi più facili che mi vengono in mente sono due (entrambi fanno parte della mia personale esperienza): 1. lavori in nero, 2. guadagni talmente poco che il contributo minimo all’inpgi è superiore ai tuoi introiti di lavoro.

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Non ci sono più angeli biondi

Su parecchi giornali è riportata la condanna in Argentina dell’angelo biondo, Alfredo Astiz, per crimini contro l’umanità. Sarà perché era biondo e con lineamenti diciamo dolci o forse perché, grazie alle sue capacità e al suo aspetto angelico, si infiltrava fra i gruppi che chiedevano giustizia per i loro cari scomparsi fingendosi uno di loro (successe ad esempio con le Madres) per poi rapirli, torturarli e ammazzarli, ma la sua condanna desta più interesse che quella degli altri. Dei 18 imputati, 12 hanno avuto l’ergastolo e non importa se ormai sono vecchi: hanno tutti fra i quasi 60 e i 90 anni. Intanto l’Argentina ha avuto il coraggio di fare i conti con il suo passato. Il terrore di stato è stato condannato con buona pace di chi, appena ripristinata la democrazia – il presidente Raúl  Alfonsin non senza pressioni influenti eh – stoppò i processi con le famose leggi del Punto Final e Obediencia Debida (il figlio 60enne dell’ex presidente si è presentato alle elezioni presidenziali che si sono svolte il 23 ottobre scorso e ha perso). Con buona pace di chi ha esteso indulto e amnistia durante i suoi mandati (il presidente Carlos Menem che voleva radere al suolo anche la caserma della ESMA – il più simbolico luogo delle torture e su cui si è svolto il processo – per fare un monumento alla “riconciliazione nazionale” e per fortuna che non gli è stato permesso e così oggi la ESMA è un museo). Con credito politico di chi ha riaperto nel 2003 i processi e tolto l’amnistia (l’ex presidente Néstor Kirchner, la cui moglie e vedova, Cristina Fernandez, ha vinto con stragrande maggioranza le elezioni presidenziali del 23 ottobre riconfermandosi per la seconda volta presidenta). Con soddisfazione di chi era dentro e fuori l’aula di tribunale aspettando la sentenza e che ha dichiarato cantando che 30mila desaparecidos da ora e per sempre sono presenti nella storia.

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Non sono molto creativa

Stavo parlando con uno dei miei cugini. Gli chiedevo cos’ha fatto a Madrid, se è andato alla mobilitazione. “Ma che macello in Italia!” già. “Noi in Spagna siamo in crisi economica da un po’ come ben sai, noi andiamo a votare fra poco, non so a cosa servirà, ma almeno non siamo fermi”. Ecco, invece in Italia siamo al palo. Quello che mi fa più rabbia dopo il 15 ottobre è che dopo, oltre alla repressione, non succederà niente. Qua il dibattito si arena sulla violenza, tanto bella quando succede a Londra, tenace quando succede in Grecia, liberatoria quando succede in Egitto e così via, ma condannata senza se e senza ma se succede in Italia. Ma a me non interessa nemmeno esaltare gli scontri, io voglio avere la stessa dignità ed esistenza degli altri cittadini, questo mi interessa. Io sono lavoratrice precaria, io se perdo il mio precario lavoro non ho diritto a nessun ammortizzatore sociale anche se lavoro e pago le tasse. Io vivo nell’incertezza e sono molto nervosa. Poi leggo che Papa, il parlamentare finito in galera col voto del parlamento (ok, non stiamo a sprecare parole), continua a prendere l’indennità parlamentare. Leggo ogni tanto, e consiglio a tutti di farlo, il sito della Camera dove si può seguire il report della febbrile attività di quelle palle al piede che stanno sedute nei rami del parlamento. In tutto il 2011 non hanno fatto una sola legge (in generale ne hanno fatte pochissime, meno che in qualsiasi legislatura, ma è la qualità e non la quantità che conta!) che riguardasse la redistribuzione delle ricchezze, gli ammortizzatori sociali, aiuti econonomici ai cittadini, proposte di sostegno alla crisi, una qualsiasi forma di welfare, un qualsiasi investimento economico, un qualsiasi piano di sviluppo, un qualsiasi tipo di risparmio che preveda ad esempio il taglio dei costi della politica… niente. Si sono approvati una decina di decisioni europee (quindi non hanno nemmeno dovuto pensare), cinque o sei accordi con paesi tipo la Slovenia che non ho capito a cosa servano e poi l’importanza del confezionamento delle buste di insalata che si vendono al supermercato, il cambiamento dei nomi dei parchi (mica l’istituzione di parchi) e cagate del genere fino ad arrivare alle finanziarie che ci hanno riempito di ridicolo. Poi erano così stanchi che a settembre hanno solo approvato l’ennesimo cambiamento della suddetta legge finanziaria o di stabilità che dir si voglia. Sì, sono nervosa e poco creativa.

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Oktoberfest a Roma

Mentre a Milano si parla in modo scontato del 15 ottobre (giornata di mobilitazione inernazionale contro l’austerity e le politiche neoliberiste), nel mondo, in altri paesi, non si trovano soluzioni alla crisi – non solo economica ma anche sociale, politica, culturale, di rappresentazione -, ma quantomeno si tenta di dire con più o meno successo che c’è qualcuno che non ci sta.  In Italia non si fanno gli scontri come in Grecia, non si fanno gli indignados come in Spagna, non si sta davanti a Wall Street (in pochi, ma devo dire tenaci), non si scende in piazza in 400mila come a Tel Aviv etc, etc..

La via italiana alla mobilitazione contro la crisi che bastona sempre gli stessi e salva i grandi potentati economici e finanziari non c’è ancora, non si è trovata. Insomma, non è ancora venuta l’idea capace di scollare le persone dal proprio piccolo piccolo quotidiano. Quindi si sta al palo: il progetto più elaborato e a medio termine che un “giovane” fa in Italia riguarda tendenzialmente il suo trasferimento in un altro paese. “Vedrai che sarà un autunno caldo questo”, mi dicono a più voci. Vedremo, lo diciamo da anni. A me pare che gli italiani siano indignati (una parola che inizio ad odiare), ma non abbastanza da andare in piazza invece che al ristorante o a farsi fare un massaggio rilassante. Forse potremmo fare massaggi gratis in piazza…

L’immagine l’ho presa da qui, basta girare un po’ nel sito e si trovano i free download del materiale che hanno prodotto sti ammericani.

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Free Palestine

Trovo noiose e incomplete, ma sarà che oggi ho un sonno incredibile, tutte le analisi che leggo sull’opportunità di votare sì o no alla richiesta della Palestina all’Onu (fra l’altro il maggior consenso lo ha il no…). La cosa che più mi infastidisce non è che la valutazione venga fatta seguendo criteri pragmatici, e quindi essenzialmente economici. Alla fine la politica internazione è sempre più schiacciata sulla finanza, ma sul fatto che un soggetto imprevedibile e di peso come la popolazione non venga considerato fra le variabili che pesano. Staremo a vedere se i palestinesi riusciranno a guadagnarsi lo status di soggetto in campo ancor prima di uno stato che spetta a loro di diritto. Poi c’è l’ipocrisia di tutti gli stati che si sono schierati a favore delle richieste di libertà e di diritti dei paesi arabi (evviva la primavera araba), ma sono contro quelle dei palestinesi.

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M come?

Mexico!
Ci ho messo un po’ ad abituarmi al ritorno, ma tant’è.
Per un racconto di viaggio bisogna leggere nero :) io vado a sprazzi come al solito. M come?
Malinche, la india che fece da traduttrice a Cortés, figura tanto odiata e sulla quale si sono addossate colpe che non meriterebbe. Anche Diego Rivera la dipinge nei suoi fantastici murales a Città del Messico.
M come?
Mais. Il nutrimento principale. Mais giallo, mais blu, viola, bianco e grosso. Tortillas a colazione, pranzo, cena. Tortillas fritte, cotte sulla piastra, più spesse, più piccole, grandi come pizze.

M come?
Mujer. La donna deve lottare più di tutti in Messico. E anche nelle comunità indigene viene spesso trattata come l’ultimo gradino sociale. La violenza di genere attraversa e colpisce senza distinzioni. Poi ci sono le donne zapatiste che diventano comandanti, le donne che scappano e si rifanno una vita, le vecchie indie alte un metro e trenta che ti vorersti portare via mentre guardi le miriadi di rughe sui loro volti che raccontano vite intere. A Oaxaca un’associazione di donne lottava e manifestava davanti al palazzo governativo. Belle, decise, inamovibili.

M come?
Mare. Da sogno, quello delle fotografie. Enorme con all’orizzonte temporali che non arrivano, con l’acqua cristallina, i pescetti, le tartarughe, la barriera corallina. Un mare troppo caldo che  preoccupa chi vive lì e teme l’arrivo degli uragani ad ottobre.
M come?
Machete. L’arma più diffusa. Dal baracchino che cucina per strada, alle manifestazioni. Immagino che veder sfilare un corteo con la gente col machete in mano sia impressionante. Abbiamo avuto dei racconti interessanti :)

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Precari, arrangiatevi!

L’incongruenza. Leggo un articolo nel quale si riporta l’intervista al sociologo del lavoro Domenico De Masi. Cerco di non essere prevenuta. Cerco di controllare il mio umore cullandomi nell’idea che alla fine oggi è venerdì. L’articolo, lungo e ricco di dati proprio come piaceva al mio direttore (“non si scrive nulla se non è suffragata da un numero”, del resto era un quotidiano finanziario – rispondeva l’analista a bassa voce “tu dammi i numeri, dimmi quello che vuoi scrivere e io ti faccio il grafico che ha senso”…) verte su: lavoro precario, alta disoccupazione giovanile, voglia di fuga (di cervelli e non), trentenni che guadagnano meno di 1000 euro al mese, tanti trentenni che sono costretti a rimanere a casa coi genitori etc etc. Poi ci sono anche questi Neet (Not in education, employment or training), acronimo che rende l’articolo-analisi più autorevole dando questo tocco di scientificità nordamericana. Padoa Schioppa e Brunetta vengono rispettivamente criticati.

Si esortano i giovani a ribellarsi: “l’unico modo per uscire dall’impasse è ribellarsi, anche perché le soluzioni sono solo due: o uno cade nella depressione o nella rivoluzione”. yeah. “I giovani devono essere rivoluzionari, serve un po’ più di incazzatura”. yeah-yeah. “Per esempio, dopo quello che Brunetta ha detto, non potrebbe più camminare per strada come se niente fosse, i giovani avrebbero dovuto avere una reazione più forte e dire: ma come, ci fate stare senza lavoro e poi ci dite che siamo i peggiori?” yeah-yeah-yeah. “Reazione e forza intellettuale, altrimenti qui finisce male e tra un paio di anni si parlerà di una generazione di barboni, di dropout”. Effettivamente sono anni che ci diciamo che siamo dei disadattati, ma non so se abbia lo stesso significato del dropout. In ogni modo io penso a Gramsci, a “ragazzi agitatevi!”

Sì, oggi è proprio un bel venerdì, c’è anche il sole. Alla fine dell’articolo compaiono i virgolettati di un certo Buzzi (e chi è? Un altro sociologo, si sono dimenticati di dire chi è quest’aquila) che dice che però la situazione non è drammatica. Alla fine la generazione di questi trentenni sarà più povera di quella precedente, ma la generazione precedente ha accumulato benessere che i trentenni precari e sfigati di oggi potranno ereditare, ma questo durerà massimo una generazione. E quindi la vera scommessa da vincere è quella delle prossime generazioni. Caro Buzzi, alla fine stai dicendo: questi poveri cretini, sta monnezza, sti precari (ma che alla fine non si sbattono nemmeno molto come dice il direttore di Radio Popolare Danilo De Biasio e che manco si iscrivono ai sindacati o si fanno rappresentare da un partito, vuoi suggerircene uno tu De Biasio?), ormai sono perduti. Molliamoli lì e pensiamo al dopo. Buzzi, ma le mie sorelle che sono venticinquenni sono già la generazione dopo la mia? Così per capire se a loro potrà andare meglio che a me, che tanto non conto nulla avendo superato i trenta.

ps: non riesco a mettere i link che sono: http://www.lettera43.it/attualita/19367/la-meglio-gioventu-precaria.htm e poi imperdibile http://www.radiopopolare.it/fileadmin/notiziario/micap_2_22_06_2011.mp3

 

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