Il vento cambia davvero

Il vento spira, il vento spazza via, il vento fa impazzire, il vento pulisce… Non so come mai, ma mi sono fatta distrarre dalle proprietà del vento. Milano è notoriamente una città dove il vento non esiste: abbiamo la cappa mortale proprio perché di vento non ce n’è. Quando quindi soffia il vento, c’è grande stupore. Ma cos’è il vento? Wikipedia spiega che il vento è l’esito di moti convettivi (verticali) ed advettivi (orizzontali) di masse d’aria in atmosfera. E’ un fenomeno naturale che consiste nel movimento ordinato, quasi orizzontale, di masse d’aria da zone ad alta pressione (anticicloniche) a zone di bassa pressione (cicloniche). Ci sono diversi tipi di venti:

–  i venti costanti che soffiano tutto l’anno sempre nella stessa direzione e nello stesso senso (la classe politica italiana);
– i venti periodici che invertono periodicamente il loro senso (l’opposizione);
– i venti locali che soffiano irregolarmente quando si vengono a creare zone cicloniche e anticicloniche spesso legati alla nomenclatura locale (gli apparentamenti elettorali: qua sto da solo e ti odio, là ti sostengo e ti amo, altrove faccio finta di non esistere e mi infilo in una lista civica).

Un’altra importante classificazione dei venti provenienti dal largo (foranei), relativa alle condizioni locali di ciascun luogo al quale ci si voglia riferire (singole città o regioni, o macro-aree ancora più estese), è la seguente:
venti regnanti che presentano un’alta frequenza di apparizione (lui, quello che inizia per “b” e non va alla festa dell’unità);
venti dominanti che sono caratterizzati da alte velocità (l’opposizione all’interno dell’opposizione ogni volta che ha un successo elettorale – già cosa rara in sè).
Oltre al vento pensavo anche a un numero, il 48, ma non è quello dei matti?

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Palestinian spring

The arab spring has reached Palestine. Leggo, rileggo, ci spero a prescindere da quello che la “arab spring” ha portato nel Maghreb. Scontri a Gaza, nelle alture del Golan, in Cisgiordania e in Libano. Il bilancio del giorno della rabbia è questo. Siamo al 63esimo anniversario della Nackba, l’esplulsione dei palestinesi per fondare lo stato d’Israele. Non c’è stata una piazza Tahrir, ma pare che anche i palestinesi stiano capitalizzando le rivolte dei paesi arabi. Sullo sfondo, ma mica troppo, la notizia che Israele ha sbloccato (ma sarà vero?) dei fondi palestinesi derivanti dalle loro entrate fiscali che Israele aveva bloccato –  la motivazione era che questi erano fondi statali palestinesi e quindi una parte di questi li avrebbe usati Hamas che è un’organizzazione terroristica – per un valore di $ 86m. Fra le altre cose, questa cifra corrisponde a circa un terzo dell’intero budget della Palestina.Continuando a leggere con la nostalgia dei report di Vik, Napolitano annuncia che in Italia ci sarà una sede dell’ambasciata palestinese. Forse il vento può cambiare davvero e non solo in Palestina…

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Vik

13/04/2011. Ultimo post sul blog di Vittorio Arrigoni. Che dire? Niente. Ormai tutto quello che mi succede attorno riesce a suscitare solo rabbia. In questo caso direi anche impotenza. Sono stata a leggere i più disparati articoli e resoconti del rapimento, della morte, delle rivendicazioni, dell’arresto prendendo da qua e da là e leggevo soppesando ogni termine, ogni parola. Leggevo nella cronaca – perché solo barbara e asettica cronaca ho trovato nei giornali – e dentro di me stavo cercando chissà cosa. Vittorio è un pacifista, un attivista, un giovane, un imprudente, un blogger… sto prendendo nota delle definizioni che gli vengono affibiate. E’ semplicemente una persona che si è messa in gioco, ma per davvero.  Ripenso a me a Gaza, sono passati alcuni anni, ma ogni volta che mi tornano in mente quei momenti, non riesco mai a trattenere la raffica di emozioni che mi atterrano e sommergono. Guardo le sue foto sulle barche e ripenso a me sulla spiaggia di Gaza City sotto uno dei tre ombrelloni presenti. Un ombrellone con gli spicchi colorati. Un paio di spicchi erano rotti e svolazzavano pezzi di stoffa al vento. Ero seduta su una sedia di plastica rosa confetto  con un the bollente in mano e guardavo l’orizzonte. Sotto un altro ombrellone c’era una coppia di palestinesi. Lei mi sorrideva, mentre una trentina fra uomini, ragazzi e bambini tiravano a riva una rete sperando di trovarci dei pesci. A Gaza non si può pescare con le barche. Si lanciano le reti e si vede cosa si raccatta (almeno questo era il metodo qualche anno fa).  Quello che ricordo bene è che i volti dei pescatori erano sorridenti e che quella situazione persecutoria di un popolo non è ancora riuscita a far cancellare l’umanità. Beh, alla fine anche io e la tipa, il cui fidanzato si era già unito al gruppo, siamo andate a tirare sta rete. Non abbiamo pescato praticamente niente e ci siamo bagnati tutti con l’acqua fredda del mare del 2 gennaio 2005. Bene, come scrive Vik alla fine di ogni post: stay human.

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Nuclear power

In Italia lo stop all’energia nucleare risale al 1987 con il referendum abrogativo e con il Piano energetico che seguì nel 1988. Il piano ha stabilito una “moratoria” di 5 anni dell’uso dell’energia  nucleare dando di fatto indicazioni per lo smantellamento delle centrali già in funzione e per la messa in sicurezza delle relative scorie. Trattandosi dell’Italia, quest’ultimo particolare mi lascia perplessa. Il ritorno del nucleare è invece dato da due interventi legislativi recenti del 2008 e del 2009.  Dopo Fukushima, il 22 marzo il Consiglio dei Ministri ha approvato una moratoria di un anno sul nucleare. In Italia si va avanti con le moratorie, nessuno si prende la responsabilità di decidere mai niente, perché così si può cambiare idea tre giorni dopo senza ammettere di fare il contrario di quello che si era dichiarato. Il 12 giugno ci sarà un nuovo referendum abrogativo per decidere “nucleare sì, nucleare no”. Al solito non si parla di un progetto, ma di una scelta in base alla propria sensibilità, al dramma giapponese, all’appartenenza politica, alla necessità di dismettere il petrolio, alla necessità di usare il pannelli solari come se questi fossero la soluzione ad ogni male.

le centrali in Europa

Belgio 7
Bulgaria 2
Finlandia 4
Francia 58
Germania 17
Olanda 1
Repubblica Ceca 6
Regno Unito 19
Romania 2
Russia 32
Slovenia 1
Spagna 8
Svezia 10
Svizzera 5
Ucraina 15
Ungheria 4

 

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Siempre!

Io voglio il futuro e sono schiacciata dalla precarietà. Allo stesso tempo forse mi dovrei concentrare sul presente. Bene, oggi c’è la manifestazione “se non ora quando” alla quale francamente rispondo d’istinto “sempre”. Non sono le ragazze dell’olgettina che mi indignano… in ogni caso oggi andrò al corteo.

Sto tergiversando un po’ stordita in casa e leggo frammenti inconsulti su questa giornata. Intanto noi altre e noialtri distribuiremo un testo che a un certo punto dice questo:

… noi ci sentiamo donne, tipe toste, coraggiose, libere e belle. Non ci interessa distinguere tra sante e puttane, tra donne per bene e donne per male. Vogliamo riportare al centro dei nostri discorsi le relazioni, la complicità e il cambiamento. Vogliamo diritti e rispetto delle diversità. Vogliamo libertà e autonomia di scelta della propria vita e della propria sessualità. Viviamo sulla nostra pelle l’assenza di diritti, la precarietà, la mancanza di prospettive. Vogliamo futuro. Vogliamo respirare. Vogliamo poter scegliere…

Mi sono poi letta la nuova rubrica della principessa Nicole, che, dopo aver illustrato i suoi modelli di donna dice:

… non ho ricordi di una principessa manifestante, e nemmeno di una fiaba che iniziasse con “C’era una volta in piazza..”…

Alchè mi sono venute in mente le donne che wu ming ha ricordato ieri e che mi frullano nella testa, credo di aver sognato Leila stanotte 🙂

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La mummia

I dead man walking che governano. Mubarak è uno di questi. Sconfitto dalla vecchiaia, dalla malattia, dal potere che non rappresenta più. E’ rottamato dalle diplomazie internazionali (l’Italia ancora non ho capito che posizione abbia, ma effettivamente ormai non c’è tanto da informarsi, Frattini sarà forse tornato a Santa Lucia? e il Presidente del Consiglio lo starà chiedendo alla nipote di Mubarak, lui del resto parla sempre al popolo e per il popolo), perché il potere non guarda in faccia nessuno e questo è l’aspetto più interessante. Ai grandi del mondo, in primo o secondo piano senza i riflettori, non interessa nulla delle persone, delle popolazioni, dei bisogni, della democrazia etc, ma della stabilità a loro funzionale. Mubarak non lo è più.
Su Al jazeera i Fratelli Mussulmani non si sono sbilanciati. Forse non vogliono dare un appiglio alle democrazie occidentali che potrebbero gridare al pericolo di un’estremizzazione islamica in Egitto. Appoggiano El Baradei, che fra l’altro catalizza il fronte laico.
Chissà se ci sarà la one milion march. Era dai tempi di Nasser che non c’era per strada così tanta gente. Dà adrenalina seguire scampoli di notizie che raccontano la voglia di molte persone a reagire in un modo o nell’altro. Da un lato l’umanità viva, dall’altro i blasonati esperti di politica internazionale che fanno a gara nel dipingere il prossimo scenario: 1. potere ai militari che accompagnano la transizione, 2. governo di unità nazionale, 3. Mubarak rimane. Mentre loro dipingono scenari, Mubarak potrebbe scappare planando in Israele. E questa è davvero pazzesca. Intanto io sogno l’apertura del confine Gaza-Egitto.

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A tunisian girl

Ci stavo pensando, ma alla fine è ormai un mese che la protesta tunisina va avanti. Tutto ha avuto inizio il 17 dicembre quando un giovane venditore ambulante si era dato fuoco per contestare il sequestro della sua merce. Oggi siamo al coprifuoco. Seguito al discorso alla nazione del presidente Ben Ali che ha promesso 300mila nuovi posti di lavoro (lasciamo stare l’analogia con altri capi di stato). Intanto la comunità internazionale osserva con preoccupazione l’evolversi della protesta, che grande presa di posizione. Al massimo si alza lo spettro dello sdegno per un colpo di stato militare. Mamma mia, si alza il livello di preoccupazione da parte degli stati democratici. E poi si commenta la decisione di cambiare il ministro dell’Interno tunisino.
Intanto la gente scende in strada rabbiosa a causa della disoccupazione, della corruzione e della repressione governativa (strano, sono rivendicazioni davvero singolari di questi tempi). Non sono in possesso di dati aggiornati sulla situazione della precarietà, del disagio e della disoccupazione in Tunisia. So che è un paese dove il 55% della popolazione è sotto i 25 anni. Che è un paese dove la disoccupazione giovanile è tripla rispetto a quella generale che nel 2008 era del 14%. Immagino che la condizione femminile sia peggiore di quella maschile. Ho letto che è un paese dove i laureati dopo 3 anni e mezzo dalla fine del percorso formativo, non hanno ancora trovato uno straccio di lavoro. Mi sento anche un po’ tunisina. Una vera tunisian girl è lei invece:

a tunisian girl

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Sasso

Ieri ero nel bunker a lavorare dalla mattina alla sera. Dentro l’involucro non passa niente se non la consapevolezza dell’estrema precarietà che uccide o fa incazzare. Almeno, a me succede così. Quindi non ho sentito le frasi di Gasparri (per il quale ho dovuto pochi anni fa preparare una ricerca quando invece che fare la schiava per un mese nel bunker, facevo ricerca per il ministero degli esteri – perchè è così che funziona in Italia). Succede che dal bunker finisco diretta alla cena di natale della sacra famiglia che vive ancora in Italia, ossia due gatti e mezzo e mio zio settantenne dice “voglio andare a Roma a spaccare tutto con gli studenti!”. Evviva la sacra famiglia quindi.

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In risposta a Saviano

Ieri La Repubblica ha pubblicato una lettera di Saviano agli studenti.
Non la condivido per niente e riporto la risposta che abbiamo dato su Precaria

Caro Saviano,
tu dici: “CHI HA LANCIATO un sasso alla manifestazione di Roma lo ha lanciato contro i movimenti di donne e uomini che erano in piazza”.
noi diciamo: chi ha lanciato un sasso alla manifestazione di Roma E´ il movimento di donne e uomini che era in piazza.
Tu dici: “Ogni gesto violento è stato un voto di fiducia in più dato al governo Berlusconi”.
Noi diciamo: ogni gesto compiuto é stato un voto di sfiducia dato a tutta la classe dirigente di questo paese; politici, industriali, forze dell`ordine, sindacalisti e giornalai.
Tu dici: “Questo governo in difficoltà cercherà con ogni mezzo di delegittimare chi scende in strada, cercherà di terrorizzare gli adolescenti e le loro famiglie col messaggio chiaro: mandateli in piazza e vi torneranno pesti di sangue e violenti”.
Noi diciamo: questo tuo articolo cerca con ogni mezzo di delegittimare chi scende in strada, di terrorizzare gli adolescenti e le loro famiglie col messaggio chiaro: mandateli in piazza e vi torneranno pesti di sangue e violenti.
Tu dici: “Bisognerebbe smettere di indossare caschi … Non copritevi, lasciatelo fare agli altri: sfilate con la luce in faccia e la schiena dritta. Si nasconde chi ha vergogna di quello che sta facendo, chi non è in grado di vedere il proprio futuro e non difende il proprio diritto…”,
Noi non ti diremo che dovresti smettere di usare la scorta: chi lotta contro un potere violento, mettendoci la faccia, la testa e anche il culo, ha tutto il diritto di tutelarsi; una testa rotta non pensa tanto bene.

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Blocco.

E’ irritante leggere la spiegazione dei democratici di ciò che è successo a Roma ieri. La divisione fra buoni e cattivi, la presenza degli infiltrati… mi annoio solo a riportare, prima di irritarmi oltremodo.
Ieri si è creato un mix di varie umanità che hanno dato vita a una massa attiva. L’Italia non sta più subendo in silenzio la crisi (e finalmente). Non guardiamo più dalla finestra la Grecia, l’Inghilterra o la Francia di turno. Io mi sento precaria fino nel midollo e non vedo un futuro davanti a me, non si può giocare ancora a lungo con la mia pazienza. Intanto i bravi democratici si scatenano a condannare la violenza sulle cose (che, si sa, valgono di più delle persone) mentre si assiste ai saldi anticipati del parlamento: ci si può indignare dicendo al bar “ah, che scandalo questi parlamentari venduti, accipicchia!” oppure “Certo che andare a elezioni anticipate costerebbe troppo alle casse dello Stato”. In Italia ormai circola la guida del “buonsenso (parola ormai ossessiva) dell’indignazione” che dice: 1. informati – 2. leggi o ascolta cosa dicono i grandi esperti sociologi o gli analisti politici del caso – 3. puoi anche non essere d’accordo (certo, siamo in democrazia del resto) – 4. parlane serenamente e con buonsenso con il tuo amico del cuore.

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